Febrero 2022

Paulino ARGUIJO de ESTREMERA, La Ribera más lejana – la Aventura de Orellana en el Amazonas, Madrid 2021 – Novela Histórica

Se lee con placer, el interés aumenta a medida que toma fuerza la corriente del gran rio.

Batallas, hambrunas, indios, amazonas, traiciones, todo tipo de aventuras y un «happy end» que nos hace desear un nuevo trabajo sobre unos de lo «conquistadores», quizá menos conocido, que murió muy joven, después de una vida vivida a lo grande.

El Autor domina la historia, así como los ideales que empujaban a sus personajes de lleno metidos en la construcción del imperio americano de la Monarquía Católica.

Invierno Demográfico en España

¿Cómo afecta el suicidio demográfico por falta de niños a una sociedad liberal en lo económico y lo político? ¿Cómo condicionan los valores morales a la sociedad liberal y su salud demográfica?

Sin ánimo exhaustivo sobre asuntos tan poliédricos, esta charla de Alejandro Macarrón Larumbe en el Centro Diego de Covarrubias, aporta datos contundentes e ideas para la reflexión sobre ellos.

Adjuntamos el PDF de la presentación, y el enlace para verla en, Liberalismo, moral y suicidio demográfico – YouTube

KAROL WOJTYLA

Con l’autorizzazione scritta – cfr suo mail del 13.01.2022 h. 18:00 ca. – dell’Autrice, la Prof.ssa Dott.ssa Maria Nieves GÓMEZ ÁLVAREZ, traduco il suo studio, pubblicato su QUIÉN, Revista de Filosofía Personalista, n. 14 / 2021, pagg. 71 – 89, de la Asociación Española de Personalismo, intitolato:

“Más allá de la Ilustración francesa:

El humanismo polaco de Karol Wojtyla (1ª Parte)”

OOOOO

OLTRE L’ILLUMINISMO FRANCESE:

L’UMANESIMO POLACCO DI KAROL WOJTYLA

  1. Il sostrato culturale a Wadowice e Cracovia

Per una involontaria influenza della cosmovisione stalinista, si suole considerare la Polonia come un paese dell’ “dell’Europa dell’Est”, ma è certo, come afferma lo storico contemporáneo nordamericano George Weigel, che i polacchi non si considerano orientali, ma, piuttosto, centro europei, il che si manifesta nel fatto che la loro ricca lingua slava non utilizza l’alfabeto cirillico, come sucede con il russo, ma il latino; culturalmente poi, hanno gravitato più su Parigi che su Mosca che non considerano pienamente europea.

Trovarsi nel “centro dell’Europa” per i polacchi significa, inoltre, stare nel centro degli affari europei e proiettare su di essi la propia visione. Karol Wojtyla, come figlio della nazione polacca, è un buon esponente di tale dualità tra il carattere slavo e quello latino, posto che, seppur uomo di una decisa convinzione europea, lo è stato dal profondo della sua personalità polacca.

  1. Wadowice: prime lettere e primi scenari.

Karol Wojtyla nasce un 18 di maggio del 1920, in una II Repubblica Polacca sorta da poco, in una cittadina chiamata Wadowice, a 40 Km da Cracovia. I suoi genitori sono Karol ed Emilia, un vigoroso militare ed una delicata maestra. La battaglia della Vistola, tre mesi dopo, con l’insuccesso dell’esercito sovietico e la vittoria di un deciso generale Pilsudski, segnerà non solo il destino della Polonia, ma quello dell’Europa intera.    

Grazie a tutto ciò Wojtyla crescerà “como un uomo libero in una libera Polonia”. Era un periodo di forti difficoltà nel Paese – monetarie, economiche, agrarie, nel settore delle infrastrutture e nella sanità, dato che le ferite causate dalla epidemia di influenza in europa erano state gravi – ma era un’epoca di grandi speranze, dopo oltre un secolo di repressione la Polonia tornava ad essere libera e soffiavano nuovi venti di creatività e di immaginazione, di generazione di una propria cultura. In Wadowice questo nuovo clima si traduceva nella proliferazione di attività letterarie e teatrali, nell’ attenzione alla parola, che già si appoggiava su di una tradizione viva sin dalla fine del secolo XX.

Sarà in questo ambiente, nel quale si viveva una quotidiana tolleranza rispetto alla comunità giudea, dove Wojtyla apprenderà le prime lettere, e dove sentirà per la prima volt.a il fascino dei palcoscenisci e dove, spinto dal padre, andrà sviluppando la sua molteplice vocazione di poeta, di drammaturgo e di attore. Non si deve dimenticare che molto vicino a Wadowice si trova il Santuario di Kalwaria Zebrzydowska, un luogo sacro costruito dal governatore regionale di Cracovia, Mikolaj Zebrzydowski nel 1600, sul modello del Santo Sepolcro di Gerusalemme, dove, durante ogni Settimana Santa, attori professionisti rappresentavano il ciclo completo della Morte e Resurrezione, nonchè i misteri della vita della vergine Maria.

Fu probabilmente in tali occasioni in cui il bambino Wojtyla ammirò attori e dove visse una fvorte esperienza: essere trasportato, grazie al potere delle parole e dei gesti, verso realtà superiori che, per di più, erano spirituali e collettive. Le sue prime recite sono legate a ricordi familiari ed ai primi atti di carità, dato che suo fratello maggiore, Edmund, era un promettente medico che curava infermi nell’ospedale di Bielsko. Lì andava a visitarlo un giovanissimo Karol che, empaticamente vicino all’esperienza del dolore altrui, rapidamente percepì il potere che aveva il teatro per trasmettere ai pazienti del fratello, i suoi primi spettatori, la magia delle parole e la loro capacità per introdurli in mondi diversi: altre vite, altre esperienze, altre speranze.

Questi anni di Wadowice saranno fondamentali per la nascita della vocazione poetica e per modellare una personalità capace di percepire teoricamente la realtà, ma anche dal punto di vista estetico. Per esempio, la prematura perdita della madre, all’età di 9 anni, rappresenterà l’opportunità per uno dei suoi primi poemi che si conoscano, una poesia certo emotiva, ma già notevole riflesso del suo peculiare avvicinarsi alla realtà spirituale della persona.

Scomparsa Emilia, sarà Karol Wojtyla, il capitano, che si occuperà molto da vicino dell’educazione del figlio, insegnando a lui, ed al suo amico giudeo Jerzy Kluger, la storia polacca leggendo loro brani dello scrittore Cyprian Norwid. Wojtyla padre conosceva bene la letteratura polacca e da lui Karol apprese il tedesco, dato che il militare lo aveva dovuto utilizzare nelle varie canpagne a cui aveva partecipato.       

Questi primi anni offriranno anche l’opportunità di uno straordinario apprendimento scolare, soprattutto di latino, greco, lingua e letteratura polacca, storia e matematica. Sin dall’inizio Karol Wojtyla manifestò una capacità intellettuale eccezionale come lo dimostra il fatto di essere eletto per rappresentare la comunità scolare della Scuola Secondaria Statale Marcin Wadowita in occasione di una visita del prestigioso cardinale Adam Stefan Sapieha. Il porporato, che rimase colpito per l’aspetto e le chiare qualità del ragazzo, chiese quale fosse la vocazione di quel giovane promettente, ricevendo la risposta che avrebbe proseguito la carriera letteraria.

E così avrebbe fatto Wojtyla dall’anno accademico 1938-1939, nella prestigiosa Università Jagellonica. O, almeno, questo era il progetto che aveva per la sua vita.

1.2.La Facoltà di Filologia slava dell’Università jagellonica di Cracovia

L’Università Jagellonica, che deve il nome alla dinastia Jagellone, era stata fondata nel XIV secolo da Casimiro III il Grande ed era un simbolo della cultura nazionale, inoltre era stata una delle grandi università umanistiche e rinascimentali.

Karol Wojtyla studierà solamente un anno nella Facoltà di Filologia, posto che la sua carriera accademica fu drammaticamente troncata dall’invasione nazionalsocialista della Polonia del 1 settembre 1939. Bisogna però segnalare che seguì esercitando la vocazione filologica durante tutta la sua vita in una maniera insperata-fu multilingue-capace di seguire le conversazioni dei Sinodi o le interviste dei giornalisti durante i suoi viaggi pastorali in varie lingue oltre a mostrare una stupefacente facilità per apprendere lingue esotiche, quali il tagalo o lo swahili, che esercitava prima dei suoi viaggi apostolici; la sua visione della realtà della lingua e la sua capacità filologica  si arricchirà sotto molti punti di vista, il teologico tra gli altri.

Ciò che il giovane Wojtyla trovò in questa Facoltà fu una tradizione vitale, vale a dire, uno studio della lingua e della letteratura del passato con una intensa ammirazione per il

Romanticismo polacco, ma non nel senso di una nostalgica visione del passato, bensì come fondamento per continuare la costruzione del presente aperto alla speranza che si era dischiusa per la Polonia.

Contemporaneamente trovò una esperimentazione particolarmente ricca nel teatro, chiave per la resistenza culturale che esercitò contro la invasione ideologica del nazionalsocialismo sopraggiunta nel 1939.

2.I poeti romantici ammirati da Karol Wojtyla

e l’insoddisfazione per gli ideali dell’illuminismo francese

La Polonia come nazione ha avuto un peculiare cammino, la successione di invasioni, resistenze e liberazioni ha generato un atteggiamento di maturità critica rispetto ai processi violenti di dominio e colonizzazione ideologica.

Ciò ha significato, in pratica, che il suo spirito illuminista non abbia potuto condividere l’anticlericalismo della versione francese e che il suo Romanticismo non potesse dimenticare che l’ identità cattolica era stata la garante della sopravvivenza della nazione-vale a dire, che l’idea di indipendenza era legata all’ indipendenza di grandezza cristiana contro le pretese di minimizzare l’uomo-.

I polacchi colti, durante la loro storia, hanno osservato con enorme sfiducia e con un sano scetticismo critico i processi rivoluzionari violenti, posto che nella lunga storia già hanno sperimentato come le idee esaltate e le pretese aggressive compromettano la libertà più genuina, quella della persona. La libertà che riconoscono giustamente nella pretesa cattolica dell’essere la persona immagine e somiglianza di Dio, una creaturta libera e con la capacità di autodonarsi. Non è strano, quindi, che si siano afferrati alla visione spirituale della persona contro le più diverse idceologie, posto che per loro non solo è garanzia della propria sopravvivenza, quantanche chiave di un umanesimo completo.

2.1.Il Romanticismo polacco come cosmovisione critica rispetto all’Illuminismo francese.

È abituale considerare a grandi linee l’Illuminismo francese come un momento chiave della storia occidentale, per il suo impegno per uscire dall’oscurantismo religioso e puntare sulla conoscenza scientifica, specialmente con l’Enciclopedia, in consonanza con la convinzione che la luce della ragione illumini la mente e dissipi le nebbie del fanatismo, che sarebbe rappresentato dalle credenze religiose, ed, in special modo, per ciò che si definisce come teocentrismo medioevale. Questo luogo comune dell’Illuminismo e dello spirito scientifico in generale, invece, non è stato accettato in maniera tanto acritica ed ingenua in Polonia, che ha avuto figure di di straordinaria pietà religiosa ed innovatore spirito scientifico come Nicola Copernico o Marie Curie.

Di fatto la Polonia vide la violenza scatenarsi in Francia nel 1789 e frantumarsi la stabilità europea con un certo distacco: gli ideali della Rivoluzione Francese, quali eredi dell’omonimo Illuminismo, erano troppo astratti, mentre quelli polacchi erano dovuti essere molto più concreti e vivibili lungo tutta la propria storia; i polacchi non avevano dovuto lottare per una astratta Umanità, quanto piuttosto per la sopravvivenza della propria umanità. In maniera che la coscienza polacca rimaneva insoddisfatta per l’ostilità dell’Illuminismo francese verso i valori culturali e spirituali, valori che in Polonia erano quelli che avevano garantito la continuità della nazione.

Tale insoddisfazione si farà patente nella triade di scrittori più importanti del Romanticismo polacco.

2.2.Mickiewicz, Stowacki e Norwid

Il secolo XIX fu una epoca di rivoluzioni in Europa. Ma questa parola non significa esattamente la stessa cosa per le differenti culture. Nella sua versione francese ha una connotazione di assoluta rottura con il passato, perchè si riteneva che esso fosse intrinsecamente malvagio e corrotto, negatore della libertà individuale, e di tale passato si riteneva il cristianesimo ingrediente primordiale, considerato rappresentante eminente del vecchio ordine. Invece, per il Romantici polacchi, questo stesso termine aveva un significato ben distinto: era il recuperare un valore perso, essenziale per la coscienza nazionale. Ciò che bisognava fare con il passato, quindi, non era rompere i legami, nè cancellarlo, nè dimenticarlo, bensì recuperarlo per poter continuare ad essere chi si è, senza ripeterlo. Portarlo dentro per poter continuare seguir vivendo progettualmente. Ed inserito in tale passato si trova il cristianesimo, e più concretamente, il cattolicesimo come peculiare elemento distintivo. Pertanto una rivoluzione dovrebbe includere, in questa ottica, un vivo interesse, maturo e spregiudicato, di tutta l’eredità cristiana. Non sono quindi possibili due interpretazioni più distanti del medesimo termine nel loro significato reale e storico. Ambedue hanno segnato due relazioni radicalmente differenti con il passato ed hanno condizionato la vita dell’intera nazione rispetto alla propria cultura.

Questa è il lascito che riceverà Wojtyla, non solo nelle lezioni paterne o nelle lezioni scolastiche, ma significativamente nel corso jagelloniano e nelle intense letture di questo e dei seguenti anni. 

In questo breve studio insisteremo specialmente su tre autori letti dal giovane studente.

2.2.1.Adam Mickiewicz

Adam Mickiewicz (1789-1855), nato proprio nell’anno della Rivoluzione Francese -e, per gli amanti dei paradossi poetici, il 24 Dicembre-, fu il maggiore rappresentante del Romanticismo polacco nonchè il massimo esponente della Letteratura polacca della sua epoca. Con vocazione letteraria alla quale, con il passar del tempo, si aggiunse la politica convertendolo in un attivista, un uomo appassionato che aspirava all’indipendenza della Polonia. Nella sua opera si riscontra una peculiare combinazione di iniziale ammirazione dell’Illuminismo francese con un pieno spirito romantico, aureolato da una umiltà genuinamente religiosa. Nelle sue opere interpreta la storia della patria con una prospettiva spirituale, il che implica una lettura redentrice della sofferenza ricorrente nei destini polacchi. La sua visione, letteraria, ma al contempo filosofica, non si limita solo ad un nazionalismo più o meno ardente, ma, in alcuni dei suoi lavori, come Gli Antenati III, si può trovare una interpretazione escatologica della storia polacca, differentemente a quanto succede per altre nazioni. Per Mickiewicz è proprio la sofferenza collettiva accettata ciò che converte la Polonia in una nazione illuminante, in grado di segnalare alle altre un cammino più umano, insieme alle limitazioni del materialismo ed indichi come camminare verso una più completa libertà. L’aspetto filosofico che maggiormente richiama l’attenzione in Mickiewicz, soprattutto evidente nelle sue opere più mature, consiste nel vedersi come un cristiano illuminista, peculiare situazione che gli permetterà di fare una interpretazione in questa chiave del triplice motto della Rivoluzione Francese. Dal suo punto di vista è stato Cristo chi, incarnandosi nella storia, ha liberato gli uomini, facendoci tutti uguali ed affretellandoci. In altri frammenti delle sue opere si scorge uno sguardo abbastanza critico verso gli illuministi francesi e verso i postulati illuministici in genere. A mò di esempio valgano passi da I libri della nazione polacca e del pellegrinaggio polacco: al filo della sua peculiare interpretazione della storia europea, dice dell’Illuminismo francese; “Nel frattempo la idolatria si moltiplicava in Europa. E come prima tra i pagani, si iniziò ad adorare idoli che rappresentavano virtù, quindi diversi crimini, successivamente uomini e bestie, quindi alberi, pietre e differenti figure disegnate, la medesima cosa finì per succedere in Europa. …  . E ci furono filosofi che lodarono tutto ciò che i re avevano inventato”. Riferendosi alla tragedia della storia polacca nella prospettiva della Passione di Cristo, ogni nazione europea sarà un personaggio della storia sacra. Francia, chi sarà ? “Il Gallo” assumerà il ruolo del codardo e accomodante Pilato, che, innanzi all’innocente ultraggiato, rifiuta di esercitare l’autorità morale come dovrebbe e preferisce togliersi il problema di torno con infantili pretesti:

“ ‘In verità, non trovo nessuna colpa in questa nazione; e mia moglie, Francia, donna tremebonda, è tormentata da sogni malvagi, ma prendete pure questa nazione e torturatela’. E si lavó le mani. Ed un governante francese disse: ‘Non possiamo riscattare questo innocente nè con il nostro sangue nè con il nostro denaro, perchè il mio sangue ed il mio denaro mi appartengono; ed il sangue ed il denaro della mia nazione appartengono a lei”.

Quando migliaia di polacchi presero la strada dell’esilio e si istallarono in Francia, la risposta di questa-oltre al non aiutarli- fu di promulgare contro di loro leggi durissime, che implicavano il confinamento dei polacchi in determinate città senza la libertà di movimento e la perdita del diritto alla protezione delle leggi e delle autorità civili, rimanendo a disposizione della polizia come se fossero pericolosi vagabondi. Logicamente, ferito nel suo orgoglio nazionale, Mickiewicz, inserì queste situazioni nella sua opera in una ottica spirituale molto critica nei confronti di quanti a parole difendono alcuni ideali, ma non le mettono in pratica quando si tratta degli stessi ideali … per altri. Si noti che Mickiewicz identifica la Polonia con la libertà stessa:

“E la libertà dirà alla seconda nazione: ‘Ecco, ero angustiata e nella penuria e chiesi, oh nazione !, la protezione della tua legge ed il tuo aiuto; ma tu mi gettasti in faccia leggi’ E la nazione risponderà ‘Mia signora, quando ricorresti a me ?’ E la libertà risponderà : ‘Ricorsi a te sotto le spoglie di questi pellegrini, ma tu mi disprezzasti; vattene allora verso la schiavitù, dove udirai il sibilo della frusta russa e lo scricchiolio degli stivali”.

In altri passaggi lo scrittore polacco è ancora più diretto rivolgendosi ad una nazione che affermava avere grandi ideali, ma che in questa occasione aveva rinunciato ad esercitarli e guadagnarsi il rispetto dell’Europa.

“Governanti francesi e dotti uomini francesi: parlate di libertà, ma servite il despotismo. Cadrete tra il vostro popolo ed il despotismo straniero, come succede a una barra di ferro tra l’incudine e’l martello. (…) E griderete al martello, il vostro popolo: “Popolo, perdona e fermati, perchè parlavamo della libertà. Ma il martello dirà: ‘Dicevi una cosa e ne facevi un’altra’. E di nuovo, con forza rinnovata, cadrà sulla barra”.

Se Parigi -almeno nel mondo dei desideri, ma non in quello della realtà-  si era convertita nella patria della difesa della libertà, dell’uguaglianza e della fratenità nel 1789, profeticamente Mickiewicz l’avverte: “Non rimarrà pietra su pietra del grande edificio politico euoropeo. Perchè la capitale della libertà sarà trasferita”.

C’è un ulteriore aspetto da segnalare nell’innovatrice opera dell’inquieto Mickiewicz in riferimento al peso che eserciterà sull’umanismo di Wojtyla, ed è la sua visione piuttosto filosofica della capacità letteraria ed antroplogica dell’uomo: per esempio nell’opera Konrad Wallenrod si intravede l’idea che “l’amore e la poesia siano capaci di superare gli ostacoli e la discordia tra le nazioni”.

Sarebbe interessante calibrare, ora che abbiamo una certa prospettiva, sino a che punto Karol Wojtyla/Giovanni Paolo II sia stato un degno erede degli ideali umanisti di Mickiewicz, soprattutto dove questi augurava che le sofferenze redentrici polacche erano la porta di un futuro più ottimista e non di sterili risentimenti. Di fatto la posizione cappeggiata soprattutto da questo poeta-profeta è stata definita “messianismo”, nel quale la Polonia è contemplata come la nazione eletta per difendere la Cristianità nei tempi moderni, missione per la quale sarebbe stata preparata dalle numerose sofferenze storiche  sperimentate, che l’avrebbero allontanata da ogni superbia collettiva. La Polonia, con il suo smembramento, assomiglia ad un Cristo crocifisso, apparentemente morto, ma come Lui, sul punto di risorgere e di rimanere fino alla fine della storia umana con gli uomini grazie ad una presenza spirituale. Del resto secondo Mickiewicz, la Polonia vive nell’anima di tutti quelli che la soffrono e resusciterà, liberando dalla schiavitù tutte le nazioni opppresse dell’Europa; in modo che quando “resuscitasse” la nazione polacca, cesserebbero le guerre nella cristianità. Lo scrittore polacco, da questa prospettiva, guardava, con occhi penetranti ciò che era stato storicamente il Cristianesimo –un liberatore dalla tirannia di Roma- e concludeva che questa era stata la vera rivoluzione che aveva permesso la libertà, mentre altri sistemi europei erano considerati tirannie –era il caso della Russia-, o come sistemi condannabili, tali, per esempio, le democrazie borghesi che praticavano il realismo politico, soprattutto la Francia, dedicandosi ad adorare nuovi idoli. Dal suo punto di vista era il Cristianesimo la vera rivoluzione, dato che permetteva l’irrompere nella storia della iniziativa divina. Non soddisfatto con lo scrutare il passato, il grande scrittore profetizzava una seconda grande rivoluzione quando in Polonia fosse possibile vivere come autentica comunità umana; in tale momento verrebbero a cessare tutti i conflitti tra gli uomini.

Come si vede il grande lascito intellettuale di Mickiewicz  alla cultura polacca sarebbe la sua stessa evoluzione personale, da una iniziale posizione razionalista, nella sua gioventù, ad un messianesimo romantico propriamente polacco, già fornito di ampie conoscenze letterarie, storiche ed artistiche, e da uno sguardo più maturo e critico, in cui la stessa esperienza della Polonia si converte nella chiave della sua libertà.

2.2.2.Juliusz Slowacki

Juliusz Slowacki (1809-1849) è un’altra delle grandi figure del Romanticismo polacco. Studia scienze Politiche e Morali all’Università di Vilna, era figlio di un professore della stessa, muovendosi negli ambienti più colti della società dell’epoca fu destinato a lavorare come funzionario nel Dipartimento del Tesoro di Varsavia e nell’Ufficio diplomatico del Governo. Comunque la sua vera passione, la carriera letteraria, inziò in occasione del sollevamente polacco contro la Russia del 1830. Sarà in questa epoca quando scrive il poema Ode alla Libertà. Dopo una missione diplomatica a Londra, città che lo affascina, sarà uno degli scrittori rifugiati a Parigi, dove stringe amicizia con molti liberali spagnoli esiliati da Fernando VII, opportunità che gli destò un interesse per la Spagna e la sua letteratura. Di fatto apprese lo spagnolo leggendo El Quijote, fu affascinato da cCalderón de la Barca, la cui opera Il principe costante, tradusse al polacco nel 1834; vide infatti nell’argomento del dramma di Calderón un riflesso della storia dei polacchi. Non troppo ben trattato dagli altri polacchi in esilio a causa della sua famiglia –si pensava che il suo patrigno avesse collaborato con i russi ed era considerato un traditore-viaggió in diversi paesi (Svizzera, Italia, Grecia, Egitto, Terra Santa) dal 1832 lavorando in missioni diplomatiche segrete tra il principe Adam Czargtoryski ed il Governo turco, contrario alla Russia. Questa serie di viaggi costituirà una costante opportunità di ispirazione, molto suggerente in poemi come “Conversazione con le piramidi” od il malinconico “Inno (Come sono triste, Dio mio !)” scritto durante un tramonto ad Alessandria. Slowacki morirà, da buon romantico, prematuramente per tubercolosi a Parigi nel 1849. Anni dopo, sarà il Generale Pilsudski, nel 1927, che ordinarà il rimpatrio dei suoli resti, dal cimitero di Montmatre alla cattedrale di Wawel a Cracovia dove ora riposa vicino ai resti di Mickiewicz.

Particolarmente decisive per Karol Woityla saranno due sue opere, Kordian. La congiura dell’incoronazione, pubblicata nel 1834, che il giovane attore sapeva a memoria, e Il Re Spirito, pubblicata nel 1847. Quest’ultima fu la prima opera messa in scena il 1 novembre del 1941 dal Teatro Rapsodico. Il teatro di resistenza pacifica del quale Karol Wojtyla fece parte durante gli anni dell’occupazione nazionalsocialista in Polonia. Il giovane Karol recitava nel ruolo de re Boleslao, il monarca che abusa del potere ed ordina di giustiziare san Stanislao quando il vescovo di Cracovia celebrava l’Eucaristia. Curiosamente il promettente attore impresse al suo violento personaggio il carattere di un futuro pentito,  giocando cosi, letteralmente,  con la Storia.

Da parte sua Kordian narra l’incoronazione dello zar della Russia come re della Polonia, con il doloroso anelo dall’esilio per la patria perduta e con la speranza –senza dubbio un pò religiosa- della sua resurrezione. Quest’opera avrà un grande significato per Karol Wojtyla in momenti in cui la Polonia era di nuovo in pericolo per la cupidigia delle potenze vicine. Per di più era un’opera tecnicamente innovatrice, per le sue forme pienamente romantiche, con la rottura delle tre unità, la combinazione di lirica epica e dramma, e la mescolanza di personaggi storici con immaginari (alcuni di essi simbolici, molto soggetti al gusto dell’epoca quali angeli, demoni, la paura o l’immaginazione). Karol Wojtyla, che sarà anche autore drammatico, riproporrà nei suoi lavori teatrali simili innovazioni.

Nel periodo tra il 1875 ed il 1920 gli scritti di Slowacki avevano alimentato, come quelli di Mickiewicz, la fiamma della polonità, nonostante le persecuzioni linguistiche e culturali. Non deve quindi meravigliare che tornassero ad accenderla a partire dal 1939. Era il destino del messianismo polacco: alimentare la sopravvivenza della nazione polacca.

Slowacki mostra comunque nei suoi scritti una certa distanza con gli ideali francesi –di fatto, quando nel 1833 va in Svizzera, il governo francese gli proibisce  tornare, considerandolo un rivoluzionario liberale-.

In questa prospettiva si può leggere il suo poema “Parigi”, in cui parla di “ordine spezzato”, “rettile arrotolato”, “pungiglione avvelenato” e disegna un panorama apocalittico di crimine, castigo, paura, disgrazia e morte, stabilendo una analogia tra questa città e la Sodoma dell’Antico Testamento:

“Guarda come dal seno della Senna, al crepuscolo,

Si alzano gli edifici in un ordine spezzato

Come se salissero gli uni sulle spalle degli altri;

In alcuni punti, illuminati dalle luci stradali,

Gli edifici sembrano un  rettile arrotolato

A cui gli si rizzano le scame dentate dei tetti.

E là ? È forse un pungiglione avvelenato ?

O è un raggio di sole ? O la lancia di un cavaliere ?

In alto una torre dorata diffonde il suo splendore.

Nuova Sodoma ! Tra le tue pietre

Invisibile ed insolente si moltiplica il crimine,

Ma un giorno cadrà su di te una pioggia di fuoco,

Ma non sarà la pioggia di Dio raccolta in un tuono;

Manderà cento cannoni … Ed in ogni casa

Una palla scolpirà la terribile sentenza di Dio,

La palla brucerà le mura, le atterrerà,

Ed un giorno cadrà su di te una tremebonda paura,

Ed una disperazione maggiore, perchè sarà la palla del nemico …

Già una nube dei cannoni pende sulla città,

Per questo masse di gente sono confuse,

Per questo l’oscurità delle strade è tanto lugubre,

Il presentimento della disgrazia sconvolge la ragione;

Il motto del vano orgoglio agonizza senza eco,

Incessantemente si parla dei nemici … “

Ed anche nel suo poema “Quando i polacchi si sollevino veramente …”, dove sembra riflettersi l’incomprensione dei francesi per gli ideali polacchi, che sembrano aver guardato con sufficienza o disprezzo. Il poema annuncia come in questo ipotetico tempo di “vigore polacco”, gli ideali di questa nazione non saranno compresi attraverso gli ideali francesi, dato che non saranno mossi dal particolarismo nè, tantomeno, da un supposto umanesimo cieco e distruttore, quanto piuttosto da “grandi motti sconosciuti” generati nello sforzo morale del cuore umano:

“Cuando i polacchi si sollevino veramente,

Le nazioni non chiederanno elemosine,

Ma rimarranno stupefatte ed al canto degli spari

Acuiranno l’udito, apriranno le taverne,

Ed i venti porteranno le notizie,

Ed ogni notizia alimentarà il cuore delle nazioni,

Anonime forze agiteranno il mondo

Con grandi consegne sconosciute.

Il francese non intenderà quanto succeda nel mondo,

Che una nazione si ribellò tra il fumo dell’oscurità,

E, ancorchè tanto disperata, non nel nome della disperazione,

E quantunque tanto vendicativa, no nel nome della vendetta.

Non intenderà lo sforzo che realizzò lo spirito

Nella sacra oscurità del cuore umano … “

Slowacki aveva scritto cuanto si dovette sentire affascinato Adamo, il primo uomo, al confrontarsi con il mondo, con la creazione divina, che aveva tratto all’esistenza anche lui (argomento su cui rifletterà Giovanni Paolo II nella sua innovatrice catechesi sulla Teologia del corpo). Come Mickiewicz, era convinto che la Polonia giocasse un ruolo decisivo nel dramma della storia mondiale. Addirittura arrivò a scrivere, profeticamente, di  “un papa slavo” che si sarebbe convertito in “fratello di tutta l’umanità”.

2.2.3.Cyprian Norwid

Della triade di scrittori romantici polacchi, Norwid fu quello che maggiore influenza ebbe su KarolWojtyla/Giovanni Paolo II. Era il più giovane dei tre, quindi, cronologicamente, il più vicino. Nato nel 1821, inizialmente si dedica all’arte, concretamente alla pittura ed alla scultura che studia a Firenze. A Roma conoscerà Mickiewicz ed a Parigi Slowacki e Chopin. Sarà il contatto con questi circoli che intensificherà la sua vocazione di scrittore, ancorchè già avesse scritto poesie. Una serie di infortuni ed una situazione di grande precarietà lo porterà a scrivere un’opera straordinaria, La nostra epopea, (1848) in cui Norwid fece suo lo spirito di Don Quijote de la Mancha. In lui, Don Quijote, vale a dire, l’autore e la sua generazione, cavalca in cerca di Dulcinea, Polonia, con l’unica compagnia dei serpenti (la polizia degli imperi) e gli uccelli (i poeti polacchi immigrati). Quello di Norquid è un poema complesso che va amplificandosi, dall’individuo, passando attraverso la  patria, ed il mondo, per concludersi nella storia. Questi quattro temi saranno per l’appunto i quattro circoli concentrici presenti nella sua opera.

Obbligato a cercare un futuro migliore, va negli Stati Uniti, dove lavora come grafico per due anni, dopo i quali torna in Europa (Londra ed alla fine Parigi). Sarà in quest’ultima città, circondato da avversità di ogni tipo e sommerso in una enorme malinconia, dove produrrà il meglio della sua opera, come, per esempio, Ad leones (1883) in cui riflette sul ruolo dell’artista nel mondo contemporaneo eminentemente utilitario. Il titolo fa riferimento alla metafora che utilizza: il mondo capitalista è come i leoni pronti a divorare i cristiani che vengono loro gettati, ma tra questi vi è una donna con una croce, che riesce a trattenere le fiere. Scrisse anche saggi di etica, filosofia, cultura e politica, come Sull’arte, Per i polacchi, su Juliusz Slowacki, Silenzio o Fiori neri; e drammi, come L’anello della gran dama, in cui narra la vita di un povero artista, umiliato nei saloni dell’aristocrazia. I suoi poemi hanno nuove risonanze, come, per esempio, in Promethidion o Sulla libertà della parola, in cui analizza l’uomo come creatore ed il ruolo della cultura. Dal suo punto di vista l’arte è un lavoro realmente elevato, posto che unisce il lavoro fisico a quello intellettuale, vale a dire, è una metáxy tra materia e spirito, tra lo specifico di ogni cultura e l’universale della civiltà, tra individuo e società.

Norwid, nonostante fosse un cretore di un nuovo linguaggio poetico e rinnovatore della letteratura polacca –in un certo senso si può dire che andò oltre il proprio Romanticismo- fu un autore molto poco compreso nella sua epoca, saranno le generazioni posteriori quelle che vedranno in lui un riferimento nella scia della Bibbia, Omero, Platone, Dante e Calderon. La sua opera sintetizza le tradizioni pagana e cristiana, gli elementi classici e romantici, la genialità delle culture dell’Europa centrale e di quelle del Sud.

Di fatto, la poesia di Norwid trascende le proprie frontiere ed in molti casi si converte in metafisica ed addirittura in teologia, in una visione completa e complessa della realtà: l’uomo è una creatura con una doppia dimensione psichica e fisica, che per di più è storica e che non può prescindere da elementi non materiali quali la natura, la tradizione culturale e la civiltà.  Perciò l’essere umano norwidiano è un essere allacciato alla vita e con tutta la comune tradizione dell’umanità. In maniera molto cervantina il tema dell’amore appare in Norwid in relazione all’essenziale equilibrio tra uomini e donne e come sostegno di una vera cultura. Ed in maniera non meno cervantina il tema della patria non sarà marcato dall’esclusività, ma da una formidabile generosità verso l’estraneo ed addirittura in direzione di un avvicinamento all’umanità tutta. Per Norwid, che si muove a suo agio sia nella cultura classica come nel complesso della cultura occidentale europea, l’uomo perfetto è Cristo, che è un Uomo Eterno, dato che è l’unico ad unire in una sola persona l’umano ed il divino, il materiale e lo spirituale.

In fine vi sono altri due aspetti per cui Karol Wojtyla leggerà affascinato questo romantico: il primo: come tratta il tema del lavoro, il posto dell’uomo nel mondo capitalista. A Norwid sembrava lacerante che lo sviluppo urbanistico e la civilizzazione industriale causassero tante differenze tra le classi sociali, come l’infelicità dell’artista e la solitudine. Per ciò si converte in un critico della disumanizzazione del  lavoro, offrendo al contempo una nuova concezione dello stesso, per esempio nel suo poema Canto dalla nostra terra, non già partendo dalla maledizione biblica, quanto piuttosto come momento creatore nel senso più nobile del termine e di trampolino morale. All’aver avuto l’esperienza americana, Norwid rifletterà nell’opera sua come questa crescita morale si traduca in una lotta per la libertà, la democrazia e gli ideali della morale cristiana. In questo senso –come farà lo stesso Wojtyla nella sua opera Fratello di nostro Dio- avrà una visione intelligentemente critica del socialismo.

In secondo luogo, Norwid eccheggia nella sua opera, ancorchè in gran parte, come abbiamo visto, la sviluppi fuori dalla Polonia, il mondo slavo in generale. Dal suo punto di vista, la crescita dei nazionalismi aveva fatto sì che gli slavi non potessero sapere più quale fosse il loro posto nel mondo e, nella storia, li portasse verso un forte scontro –che lui stesso soffriva- con la Russia. La sua opera riflette il profondo anelo di una integrazione tra i valori dell’occidente ed il resto dell’Europa, desiderio che senza dubbio pulserà nell’attività di Giovanni Paolo II e nei suoi sforzi di anni per avvicinarsi alla Russia.

Termina qui la prima parte di questo articolo sull’influenza del Romanticismo polacco nell’umanesimo di Giovanni Paolo II. Per una seconda parte resta da vedere come finì per svilupparsi nella sua epoca di professore di Etica all’Università di Lublino e la sua piena manifestazione già come Giovanni Paolo II. (Traduzione dall’originale spagnolo di M.T. Bonaca, 22.01.2022)

José Luis COMELLAS, Historia de los Cambios Climáticos, Madrid 2011

En manera equilibrada, sin polémicas, el Autor afronta el gran «misterio» de los Cambio Climáticos. La obra es una clara síntesis – a lo largo de unas 300 páginas – de la Historia del clima desde la existencia de planeta Tierra; muy útil para un enfoque de la problemática fuera de las distintas postura «ideológicas» que mucho enturbian lo que tendría que ser un profundo y muy serio debate.

No vendría mal recordar que la expansión de la civilización siempre (y de esto el libro da significativas muestras) ha ocurrido en temporadas en las cuales el clima era bien más cálido del actual.

Se ilustran algunos de los factores más importantes que provocan los cambios del clima, factores cósmicos (por ejemplo el mínimo de Maunder), factores terrestres (los volcanes, las corrientes de los océanos), factores debidos a la biosfera y a la actividad humana.

Excelente obra para un acceso a la muy compleja materia. Sugiero mucho su lectura pues nos ayuda sensiblemente a no considerar como «dogmas» las que solo pueden ser hipótesis y hasta, a veces, muy poco científicas. De hecho son demasiadas la variables, que juegan en este asunto, que la ciencia actual todavía no controla o bien de las cuales desconoce las causas.

Si se me permite un comentario muy personal, considero que, una vez – así vivamente espero – el COVID-19 deje de asolarnos y así su interés disminuya para los mass media, estos últimos nos inundarán con TERRORIFICOS informes sobre el CLIMA: este libro nos podrá ayudar a «leer» más tranquilamente los periódicos.

Un eslavo en el sur de Europa. 40 años del primer viaje de Juan Pablo II a España (1982-2022)

Recomendamos la lectura de este enlace que os remito:

“Un eslavo en el sur de Europa. 40 años del primer viaje de Juan Pablo II a España (1982-2022)«:

En este curso se hará una visión panorámica sobre el primer viaje de San Juan Pablo II a España en 1982, para clausurar el IV centenario de la muerte de Santa Teresa; un viaje del que en 2022 se cumplirán 40 años. En el mismo se analizarán los numerosos discursos que dio a religiosas, a instituciones académicas, a trabajadores, jóvenes y familias, pero también su visión de futuro para la sociedad española

MARIA  NIEVES GOMEZ ALVAREZ es una joven Doctora de la Universidad Europea

Frente a las clínicas abortistas, libertad de expresión

Reproducimos este artículo de Aceprensa

El pasado 22 de diciembre se aprobó en la Comisión de Justicia española el informe de ponencia sobre la nueva proposición de ley que reforma el Código Penal. Una reforma que podría llegar al pleno del Congreso en enero de 2022 y que pide castigar penalmente a quienes acosen a las mujeres que acuden a una clínica para abortar. Un tribunal alemán, sin embargo, considera ilegales las limitaciones impuestas a grupos provida frente a clínicas abortistas.

La reforma presentada por el PSOE y acordada por mayoría en la Comisión de Justicia del Congreso español ofrece protección legal frente al supuesto acoso –ofrecer información sobre alternativas al aborto– por parte de grupos provida a las mujeres que deseen abortar y a los sanitarios y directivos que trabajen en estos centros. Entre las penas contempladas para quienes son acusados se encuentran la pena de prisión de tres meses a un año o los trabajos en beneficio de la comunidad de 31 a 80 días. Además, otro detalle de la nueva reforma es que esta persecución penal se puede iniciar sin que sea necesaria una denuncia expresa por parte de la mujer “acosada”.

Los críticos de la reforma la consideran contraria al artículo 20 de la Constitución española, que protege el derecho a “expresar y difundir libremente los pensamientos, ideas y opiniones mediante la palabra, el escrito o cualquier otro medio de reproducción”. Es a este derecho fundamental, además de al derecho a la libertad de reunión –ambos contemplados en la Constitución de Alemania– al que hace referencia el veredicto de un tribunal de Fráncfort del Meno en un caso que limitaba la presencia de personas frente a clínicas abortistas: los jueces califican dichas restricciones de ilegales.

La sentencia

En la primavera de 2020, la asociación 40-Tage-für-das-Leben registró una vigilia de oración de 40 días en la acera peatonal en las inmediaciones del centro de asesoramiento para el aborto en Fráncfort del Meno.

El Ayuntamiento de Fráncfort del Meno ordenó a este grupo reunirse exclusivamente fuera del horario de apertura de la clínica. Durante el horario de apertura, la vigilia debía llevarse a cabo en una zona alejada de la entrada al centro, para así proteger a los visitantes. Además, la orden aclaraba que no se permitiría el hostigamiento de ningún tipo, como forzar una conversación o entregar material informativo y folletos.

Según el tribunal alemán, una vigilia provida frente a una clínica abortista está protegida en virtud del derecho fundamental a la libertad de reunión

La asociación 40-Tage-für-das-Leben inició acciones legales contra la ciudad de Fráncfort ante estas restricciones, con un resultado exitoso. Según el veredicto publicado el 16 de diciembre, “la Quinta Sala del Tribunal Administrativo de Fráncfort del Meno ha dictaminado que las restricciones de la ciudad sobre el horario y el lugar para la reunión cerca del centro de asesoramiento eran ilegales”.

Tal y como lee el veredicto, la vigilia “se enmarca en el derecho fundamental que protege la libertad de reunión en virtud del artículo 8 de la Ley Fundamental [Constitución alemana]”. Dicho artículo garantiza el derecho de determinar el lugar, la hora, el tipo y el contenido de la reunión. “Las restricciones impuestas por la ciudad interfieren con este derecho. El tribunal no pudo ver ninguna justificación para esto”.

Los esfuerzos del Ayuntamiento de Fráncfort por crear una especie de refugio para mujeres en un espacio público y así evitar el enfrentamiento con quienes piensan diferente “no justifica en modo alguno una restricción a la libertad de reunión y expresión de los demandantes. Tienen derecho a expresar y difundir libremente su opinión de palabra, por escrito y en imágenes”, expone el veredicto. Además, respecto al argumento de la ciudad de Fráncfort de que las mujeres no deben ser confrontadas con ciertos mensajes en público, el tribunal declara: “No hay lugar en el sistema legal para dicha protección contra opiniones no deseadas”.

El veredicto puede ser recurrido ante el Tribunal Administrativo de Hesse, pero de momento, la decisión y los argumentos pueden servir como precedente en otros casos en los que se pretenda limitar el derecho a la libertad de expresión y reunión.

Esa rareza de la ciencia y La necesidad de un nuevo estilo de gobernante

Por AMANDO de MIGUEL

Una de las grandes carencias de la sociedad española de todos los tiempos ha sido la escasa dedicación de sus habitantes al menester científico.

La ciencia es el resultado de la penosa contienda entre el propósito de aplicar la razón a observar la realidad y la condición humana, fuertemente, irracional. No es una cuestión de falta de vocaciones científicas en la tribu universitaria o profesional. El asunto es más de mentalidad de la población general. Es la conducta, tan prevalente en España, del que gasta una gran parte de sus ingresos en darse una buena vida, confiando en el azar (loterías y apuestas, por ejemplo). Por eso, le resulta raro invertir en conocimiento. La opción tiene su lógica, puesto que la ilusión del juego o de otras satisfacciones inmediatas complace más que el esfuerzo por acumular saberes.

Por otra parte, parece una simplificación excesiva imaginar que el uso sistemático de la razón se reduce a las operaciones lógicas, que suelen hacer los profesores o los científicos de cualquier disciplina. Hay, también, una racionalidad del hombre corriente sin muchas luces, al aplicar una especie de sabiduría heredada de andar por casa. El ejemplo típico podría ser el de Sancho Panza como juez en la ínsula Barataria. A esa cualidad la podríamos llamar “sentido común”, por mucho que sea excepcional. En el otro extremo, los tratadistas de materias científicas, al cavilar como ciudadanos corrientes, pueden mostrarse, sumamente, irracionales.

Es un error de percepción creer que nuestra época contemporánea es, plenamente, científica. No hay más que recordar el caso eminente de un Einstein, a principios del siglo XX, reflexionando sobre el universo. En ese momento, lo que se consideraba “universo” era, solo, el minúsculo conglomerado de la Vía Láctea, uno de los miles de millones de galaxias de nuestro universo; aunque, probablemente, haya más de uno. El limitado conocimiento de Einstein lo compartía con todas las civilizaciones que han sido.

En un reciente y provocativo ensayo, Racionalidad, de Steven Pinker, el autor arguye que “la democracia… reduce las probabilidades de guerra”. La afirmación, tenida por un dechado de racionalidad, no deja de ser un mito o una superchería más, de las muchas que se ridiculizan en ese libro. El hecho es que los Estados Unidos de América, el modelo reconocido de democracia, ha sido uno de los países contemporáneos más proclives a declarar o participar en guerras.

No está tan clara la dicotomía entre el pensamiento mágico o superchero y el que califica la actitud científica. Durante milenios, y aun hoy, han sido muchas las personas dedicadas a la astrología o confiadas en esa forma de irracionalidad. Una de ellas, verdaderamente, egregia, por sus resultados científicos, fue el polaco Copérnico. Entre otras averiguaciones de su etapa de astrólogo, intuyó que las mareas se determinaban por los movimientos de la Luna. Precisamente, otro gran sabio de la época, Galileo, rebatió esa averiguación, por considerarla un mito. Hoy, sabemos que la hipótesis de Copérnico estaba en lo cierto.

Aunque se considere que la ciencia es un producto exclusivo de la Edad Moderna europea, las bases se sentaron en la Edad Media. No es casual que, en esa época, cuajaran las Universidades y se fabricaran los primeros relojes mecánicos.

No siempre las observaciones sistemáticas sobre la naturaleza arrojan resultados científicos. Desde principios del siglo XVIII, en Inglaterra, se vienen recogiendo, día por día, la amplitud de las oscilaciones de las “manchas solares”. Se registra que presentan un ciclo constante de unos 11 años, pero nadie ha logrado dar una explicación de esa insólita regularidad.

Es fácil admirar los resultados de la ciencia, considerados como “tecnología” o “progreso”. Pero, la base es la formación de una mentalidad propicia a hacer un uso sistemático de las observaciones. Aunque, pueda parece un juicio extravagante, la “verdad” es, siempre, provisional; a falta de una ulterior rectificación.

La necesidad de un nuevo estilo de gobernante

Amando de Miguel

La historia política de la España de los dos últimos siglos ha sido un constante vaivén entre “liberales y serviles”, como se llamaron al principio. Ambas facciones se turnaban en el poder, a menudo, con violencia. Se han producido toda suerte de “revoluciones”, pero, eran, más bien, la negación de los contrarios, más que la afirmación de un nuevo proyecto. Por tanto, se podría decir que lo nuestro han sido las “contrarrevoluciones”.

Los gobernantes de los varios regímenes españoles han seguido el modelo de los médicos (los ciudadanos como pacientes) o los maestros (los ciudadanos como niños). Eso, en el mejor de los casos. Ambos patrones se hallan muy gastados; son insuficientes e, incluso, dañinos a la hora de llevar los asuntos públicos. Hay que considerar a los ciudadanos como contribuyentes; esa es la raíz de sus derechos y obligaciones.

No nos vendría nada mal dar un tajo a nuestras tradiciones para que se constituyera un nuevo tipo de gobernante más apto. Da igual que sea mujer o varón, blanco o negro, de ciencias o de letras, conservador o progresista. Lo fundamental es que la pléyade de los que mandan cumpla una serie de condiciones o exigencias de calidad. Un comparando: son las que exigen los pescadores para echar las redes en un cardumen. Se me ocurren cuatro requisitos, una cantidad apta para una armónica construcción geométrica.

En primer lugar, se precisa un mínimo de inteligencia natural o práctica. No vale la acumulación de grados de un currículum convencional. Se demuestra, sobre todo, en la elección del equipo dirigente. Por ejemplo, a estas alturas hay un cierto acuerdo en que el presidente Suarez era un virtual iletrado, pero supo elegir a colaboradores más capaces que él mismo. En el polo opuesto, nuestro amado presidente actual, el doctor Sánchez, autor de libros desconocidos, ha constituido un numeroso Consejo de Ministros con verdaderas nulidades. No le salva el hecho de que la mitad sean mujeres.

En segundo lugar, visto lo visto a lo largo de la historia de la España contemporánea, habrá que desconfiar de los mandamases que pretendan pasar por carismáticos o taumatúrgicos. Esa tropa ha sido demasiado abundosa. Se requieren personas más normales, reacias a la ostentación y privilegios con que hemos tratado, siempre, a los gerifaltes.

El tercer requisito es más sutil. Una mínima exigencia moral es que los dirigentes de la nación no tengan, por necesidad, que hacerse ricos por la simple ocupación de la Presidencia del Gobierno. Son demasiado ostentosos los ejemplos recientes en los que, así, ha sucedido. Hace falta una norma tan sencilla como la que se aplica en los Estados Unidos de América, y eso que se trata del país hegemónico en el mundo. Si el presidente utiliza el avión o el helicóptero oficiales para desplazarse a un acto del partido o privado, viene obligado a pagar la factura de su bolsillo. Por lo mismo, en España sería muy plausible que el jefe del Ejecutivo se financiera su veraneo de la misma manera. Son detalles mínimos, pero, significativos.

En último lugar, el gobernante no debe dar la impresión de que su objetivo en la vida es eternizarse en el cargo. No estaría mal aprobar una ley que prohibiera la reelección del presidente del Gobierno o cargos asimilados más allá de una legislatura. Ya sé que, en México, un precepto como ese induce a robar más. No obstante, en España, se podría eliminar tal tentación con otros procedimientos de, lo que podríamos llamar, cultura política.

Lo más claro es que el mandamás se disponga a monitorizar un marco ecosostenible con transversalidad de género y cibergobernanza, con el fin de asegurar la resiliencia. Todo lo demás son macanas.

Los impuestos y la propiedad: algunas paradojas

Por AMANDO de MIGUEL

En España, la organización social y política nos impele a hacernos propietarios, al menos, de estos cuatro símbolos: la casa, el coche, la cuenta bancaria y el correo electrónico. Esas “cuatro ces” iniciales determinan la posición social del sujeto. La consecuencia automática es que tales propiedades son gravadas por el Fisco de manera continua e inmisericorde. La tributación no, solo, se realiza cuando se adquieren los bienes descritos, sino cuando se disfrutan e, incluso, cuando se transmiten por herencia.

La propiedad de la casa contiene mucho las posibilidades de movilidad geográfica. Incluso, la adquisición de una “segunda vivienda”, en un lugar tranquilo, dificulta que las vacaciones se disfruten en distintos lugares.

Al final, la presión social y política para hacernos propietarios de las “cuatro ces” significa un colosal engaño colectivo. De él se nutren los Estados (recaudando impuestos), los Bancos (operando con el capital depositado) y las empresas de Seguros o de Seguridad (cobrando primas y cuotas). Los ciudadanos o contribuyentes (todo es lo mismo) aceptan el juego de las “cuatro ces”; con ellas despejan incertidumbres, que es la gran obsesión de nuestro tiempo. No importa si lo que cuestan es más de lo que valen: con ellas en la mano, se adquiere seguridad. Es el gran valor de hoy, muy superior al de la libertad.

La memoria colectiva de los españoles actuales retiene que, durante siglos, lo que determina la adscripción a la aristocracia y a la burguesía acomodada, era la propiedad de bienes raíces. Esa es la significación simbólica del palacio, del cortijo o, ahora, del chalé. Además, esos propietarios de inmuebles viajaban a caballo o en algún tipo de carruaje particular. Por eso el automóvil acabó siendo el “coche”, como los de caballos. Nótese que, en los tiempos que corren, el verdadero poder se demuestra si el sujeto puede disponer de “coche oficial”, sea del Estado o de la empresa.

No basta con una unidad. En los actuales hogares acomodados, se exhibe la propiedad de dos (o más) casas, coches, cuentas bancarias y correos electrónicos. Es la necesaria consecuencia de que las mujeres casadas se han incorporado a la población activa.

La prodigalidad dicha contrasta con el otro extremo de los marginados, destituidos o vulnerables. Son los que no poseen ninguna de las “cuatro ces”. Solo, les cabe, para subsistir, apuntarse a la asistencia social del Estado de bienestar. Bien es verdad, que el auténtico bienestar es el de los que lo sostienen: los propietarios.

La condición de propietario exige un título de exclusividad en los bienes que poseen. Se demuestra con una escritura notarial o con un contrato. Son instrumentos que identifican tanto al sujeto como su nombre y apellidos. En nuestra sociedad, una persona no es nadie si, por lo menos, no puede mostrar el trabalenguas de un correo electrónico o algún número de identificación fiscal. Tales símbolos son nuestras verdaderas señas de identidad.

El aprecio por el título de propietario se extiende, en el uso administrativo, a un funcionario fijo o de carrera, es decir, uno que tenga el puesto “en propiedad”. Adviértase que, en el ambiente de la Administración Pública, se asiste al rito de la “toma de posesión” de los puestos funcionariales o políticos.

Se comprenderá la centralidad de la idea del Estado. En la jerga nacionalista y en la izquierdista se ha llegado a sustituir la palara “España” por la de “Estado”, una confusión deliberada.

La base del Estado, propiamente, dicho, es la pirámide los impuestos. Son notorios los esfuerzo léxicos para convertirlos en aportaciones generosas, casi, altruistas. Tomemos un impuesto capital: el IVA (impuesto sobre el valor añadido). La etiqueta resulta ominosa, al suponer que, en la adquisición de un bien, el comprador se aprovecha del “valor añadido” de la cosa. La verdad es que, excepto en la compra de bienes artísticos, de coleccionista o especulativos, el acto comercial indica que el objeto empieza a perder valor. Por tanto, el impuesto tendría que llamarse IVD (impuesto del valor depreciado). En los bienes fungibles, su valor no, solo, mengua con el tiempo, sino que desaparece al consumirlo. En tal caso, gravar la transacción con un tributo equivale, en el fondo, a una especie de sisa o apropiación fraudulenta por parte del Fisco.

Sea cual fuera la incidencia de unos u otros impuestos, lo básico es que el monto fiscal resultante siempre sube, de un año a otro, con independencia de la filiación del Gobierno: PP o PSOE. El consenso tácito entre los dos grandes partidos es perfecto. Se trata de una misma consideración hacia los “paganos”.